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Cristina Campo
al secolo Vittoria Guerrini

 

Una delle più belle descrizioni letterarie della Certosa

Imponente distesa di abitazioni funerarie, e — per essere stato un vasto convento seicentesco — cimitero dissimile da ogni altro: tenebroso palazzo dalle grandi fughe di porticati, corridoi, cortili, simili a uno scenario di tragedia spagnola rappresentata all'epoca dell'Alfieri: tutta demenza romantica, votata al mal sottile, agli amori proibiti e alle guerre redentrici ma sempre e solo, per me, tenebroso palazzo di fate. Dalle grandi cappelle gentilizie che si aprivano ai due lati dei porticati, negli immensi passaggi coperti, dall'uno all'altro chiostro, dall'una all'altra ala, imploranti mani di marmo si tendevano dai monumenti sepolcrali su cui ghirlande ancora si spogliavano, fiori ancora morivano. Mani di bianche donne in pianto, avvinte a co-lonne troncate, a medaglioni di pietra, il capo velato da un braccio, da un lembo di sudario.

 

 

(Cristina Campo, Sotto falso nome, Milano 1998).

 

 

 

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